Ambiente, salute e occupazione non sono elementi slegati tra loro, ma i cardini che devono guidare la giusta transizione del sistema agroalimentare
La “questione agricola”, che si ripropone, tra una mobilitazione dei trattori, una grandinata o un incendio, non può essere affrontata come materia settoriale. Riguarda, nel loro intreccio, il lavoro, il clima, la salute, l’organizzazione dei territori, la qualità del cibo e, più in generale, il modello di sviluppo che intendiamo perseguire. In questa prospettiva, lo sfruttamento del lavoro nei campi, il degrado ambientale, la riduzione del reddito agricolo e la crescente concentrazione del valore lungo le filiere in senso ampio, sono il frutto di un modello insostenibile, che produce al tempo stesso disuguaglianze sociali e squilibri ecologici.
Urgente dunque consolidare un percorso efficace di garanzia di diritti essenziali come salute, lavoro e cibo, di qualificazione delle risorse investite, pubbliche e private, e di contrasto ex ante dei fattori estrattivi dannosi del settore agroalimentare. Con questo obiettivo ambizioso il Tavolo agricoltura dell’Alleanza clima lavoro, che collega organizzazioni ambientaliste e sindacali nella condivisione e il sostegno di modelli e politiche necessari alla giustizia sociale ed ecologica, ha lanciato una riflessione intorno a un set di indicatori preventivi per la giusta transizione.
Questo è stato questo il tema della seconda edizione del convegno “Il lavoro e la giusta transizione del sistema agroalimentare”, che si è tenuta a Roma il 30 giugno presso il Centro congressi Frentani. Al centro dell’evento, la presentazione del report Agricoltura, lavoro e clima. Verso una giusta transizione del sistema agroalimentare e di una proposta congiunta Acl-Flai di un nuovo sistema di indicatori socio-ambientali per integrare politiche del lavoro, sostenibilità ambientale e governo delle filiere.
Proponiamo un ribaltamento di prospettiva. Nel settore agricolo, come in altri settori produttivi, le politiche ambientali vengono spesso presentate, da quanti avversano la transizione, come un vincolo imposto a imprese già in difficoltà. Il rapporto contesta questa impostazione, che contrappone ambiente e lavoro e oscura le cause strutturali della crisi. Le difficoltà delle aziende agricole non derivano dagli obiettivi della transizione, ma da squilibri ben più profondi: la distribuzione del valore lungo le filiere, il potere della grande distribuzione organizzata, la concentrazione dei gruppi economico-finanziari, la dipendenza da input esterni, la volatilità dei prezzi e la debolezza degli strumenti pubblici di governo.
In realtà la transizione ecologica in agricoltura può essere un’opportunità di rilancio del settore primario con l’ambizione di farne il traino ad un nuovo modello di sviluppo che da drenante di risorse naturali e sociali può divenire punto di rinascita e tutela della biodiversità, del territorio, di rilancio al contrasto al dissesto idro-geologico e al contrasto ai cambiamenti climatici. L’alternativa non è tra ambiente e lavoro, ma tra modelli produttivi differenti. Non esiste un’agricoltura sola. Il rapporto descrive due modelli in conflitto. Da un lato vi è il paradigma agroindustriale dominante, caratterizzato da alta intensità di capitale, forte dipendenza da sementi certificate, fertilizzanti, pesticidi, energia fossile, tecnologie proprietarie, filiere lunghe, mercati globali spesso basati sullo sfruttamento delle risorse naturali, dei lavoratori e delle lavoratrici.
È un modello che tende a sostituire lavoro umano con capitale, conoscenze locali con pacchetti tecnologici, autonomia territoriale con dipendenza da grandi attori economici. Dall’altro lato esistono modelli territoriali, agro-ecologici e contadini, più radicati nei territori, meno dipendenti da input esterni ma spesso con maggiori difficoltà di tenuta economica, nonostante l’essenziale ruolo sociale e ambientale. Non sono nostalgie rurali né cartoline del passato.
Sono esperienze che indicano un’altra direzione: produrre cibo valorizzando il lavoro, le conoscenze situate, la biodiversità, la manutenzione del territorio, le economie locali. In questa prospettiva, il lavoro non è un costo da tagliare, ma una risorsa ecologica e cognitiva da rispettare, valorizzare e retribuire in modo dignitoso. Le tecnologie possono rafforzare un modello estrattivo, aumentando la dipendenza da input proprietari, piattaforme digitali e grandi fornitori industriali; oppure possono sostenere sistemi produttivi più resilienti, inclusivi e sostenibili, riducendo la fatica, migliorando la sicurezza, rafforzando l’autonomia dei produttori e valorizzando le conoscenze locali.
Senza questa intelligenza diffusa, la transizione rischia di ridursi a una questione di software, macchinari e certificazioni, non di giustizia sociale ed ecologica. Serve un’intelligenza diffusa che necessita di una rete pubblica a disposizione delle realtà più fragili, più piccole e distribuite nel territorio.
Questa analisi assume oggi una rilevanza ulteriore nel nuovo ciclo legislativo europeo sulla Pac post 2027. La proposta della Commissione europea si muove infatti verso una maggiore flessibilità nazionale, il superamento dell’attuale architettura a due pilastri e una più forte integrazione della Pac dentro un impianto finanziario e programmatorio più ampio. Presentata come semplificazione, questa impostazione rischia però di tradursi in delocalizzazione delle responsabilità, frammentazione delle regole, indebolimento del carattere comune della politica agricola e aumento delle disuguaglianze tra agricoltori, territori e Stati membri.
È un passaggio politico decisivo. La Pac è stata una delle prime e più importanti politiche comuni dell’Unione europea. Disintegrarne progressivamente l’unitarietà non è un esercizio neutro, né può essere derubricato a semplice semplificazione amministrativa. Se la flessibilità nazionale non viene accompagnata da criteri comuni, tracciabilità, accountability e strumenti di verifica, essa rischia di trasformarsi in una competizione regolativa tra Stati e territori.
In questo scenario, gli indicatori socio-ambientali proposti dall’Alleanza clima lavoro diventano non solo uno strumento di valutazione, ma un contrappeso politico e giuridico alla frammentazione della Pac. Il percorso di lobby e proposta di riformulazione delle attuali proposte della Commissione che si prefigura si articola in tre finestre. La prima è quella attuale, nella quale occorre agire subito sul Parlamento europeo e sul governo italiano, perché intervenga nel Consiglio. È in questa fase che si definiscono le posizioni, si costruiscono i mandati, si individuano gli emendamenti e si decide se la transizione agroalimentare resterà una formula generale o diventerà un principio dotato di strumenti.
La seconda finestra è quella dei triloghi, quando Parlamento, Consiglio e Commissione negozieranno sulla base delle rispettive posizioni. La terza finestra sarà l’attuazione, quando gli Stati membri dovranno dare sostanza alle nuove regole nei piani nazionali e regionali. Ma questa fase potrà essere realmente efficace solo se nel testo europeo saranno già stati inseriti princìpi, obblighi, indicatori e poteri di verifica sufficientemente chiari. Il punto politico è semplice: senza indicatori comuni, la flessibilità diventa disintegrazione.
Se il baricentro della Pac viene spostato ulteriormente verso gli Stati membri, occorre almeno costruire una rete minima di coerenza europea, capace di evitare che ogni Paese interpreti la transizione secondo priorità, pressioni e convenienze nazionali alimentando dumping e diseguaglianze dietro una promessa di semplificazione che si traduce facilmente in deregolamentazione.
Gli indicatori socio-ambientali possono svolgere proprio questa funzione: rendere comparabili le politiche, verificabili gli obiettivi, tracciabile l’uso delle risorse e controllabile l’impatto delle misure. Un elemento centrale, però, riguarda la proporzionalità. Gli indicatori socio-ambientali non devono essere presentati come un ulteriore peso burocratico sulle aziende, soprattutto su quelle più piccole, ma costruiti come una risposta al rischio istituzionale di frammentazione della Pac e applicati in modo progressivo, proporzionato alla dimensione aziendale, al contesto territoriale, alla complessità produttiva e alla capacità amministrativa dei beneficiari.
La progressività è essenziale per evitare che uno strumento pensato per riequilibrare il sistema finisca per gravare proprio sui soggetti più fragili. Indicatori comuni non significa obblighi ciechi e indifferenziati; significa criteri condivisi, adattabili e verificabili. È proprio a quest’altezza che la proposta dell’Alleanza clima lavoro assume un valore strategico. Il sistema integrato di indicatori socio-ambientali, capace di valutare simultaneamente condizioni del lavoro, sostenibilità ecologica, distribuzione del valore, governo delle filiere e sviluppo territoriale, può diventare lo strumento per rendere esigibile ciò che oggi viene dichiarato ma non ancora scritto nero su bianco come regola.
Indicatori come la coerenza tra coltura e fabbisogno di manodopera, l’incidenza del lavoro regolare, l’intensità degli input chimici, il consumo idrico, la qualità del suolo, la biodiversità aziendale, il rapporto tra prezzi e costi di produzione, la trasparenza contrattuale e la distribuzione del valore lungo la filiera permetterebbero di rendere visibili le interdipendenze che oggi restano escluse dalle decisioni pubbliche.
L’obiettivo non è introdurre un ulteriore livello burocratico, ma riorientare le politiche pubbliche a partire da ciò che effettivamente determina la sostenibilità di un sistema agroalimentare: la qualità del lavoro, la capacità di rigenerare le risorse naturali, l’equità nella distribuzione del valore, il radicamento territoriale delle produzioni e la democrazia economica delle filiere. In questo senso, gli indicatori sono lo strumento per trasformare la transizione da dichiarazione politica a criterio operativo.
Il tempo per agire è adesso, per promuovere politiche e strumenti efficaci, capaci di accompagnare il settore fuori dalla crisi sistemica che lo affligge. La transizione agroalimentare non può limitarsi a rendere più efficiente il modello che ha prodotto la crisi. Deve modificarne le cause strutturali, rafforzando le agricolture territoriali e agro-ecologiche, redistribuendo valore lungo le filiere a partire dalla determinazione dei prezzi nel rapporto con le reti distributive, riconoscendo il lavoro come risorsa ecologica e garantendo un governo pubblico della trasformazione.
Portare nella Pac, e nelle politiche nazionali di contesto e di traduzione, un nucleo minimo comune di indicatori socio- ambientali significa provare a rendere verificabile e giusta questa transizione. Significa passare dall’elaborazione teorica alla pratica legislativa. E significa affermare che clima, lavoro, cibo e territori non sono capitoli separati, ma un unicum da coordinare per rilanciare un nuovo modello di sviluppo fondato sul contrasto alle diseguaglianze, il rispetto della terra e dell’acqua, la salute dei cittadini e la dignità del lavoro.
Monica Di Sisto, responsabile Tavolo agricoltura dell’Alleanza clima lavoro.
Silvia Guaraldi, segretaria nazionale Flai Cgil
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